Pomigliano D’Arco, Piano Casa via libera alla Commissione, opposizioni all’attacco sul metodo
La commissione consiliare speciale d’indagine sul Piano Casa è stata approvata dal Consiglio comunale di Pomigliano d’Arco, ma il voto arrivato in aula rappresenta soltanto l’ultimo passaggio di una vicenda che, ancora prima di entrare nel merito dei procedimenti edilizi da riesaminare, ha aperto un nuovo fronte politico sulle modalità con cui la proposta è stata portata all’attenzione dell’assemblea. La richiesta di istituzione dell’organismo, sottoscritta da dieci consiglieri di maggioranza, era stata infatti trasmessa il 22 settembre al presidente del Consiglio comunale e al segretario generale; il giorno successivo viene convocata la seduta del 29 settembre, ma nell’ordine del giorno originario della commissione non c’è traccia, mentre il punto compare soltanto il 28 settembre, attraverso un ordine del giorno aggiuntivo comunicato alla vigilia del Consiglio secondo la procedura prevista dal regolamento comunale.
Un passaggio formalmente consentito dalle norme che regolano il funzionamento dell’assemblea, ma destinato inevitabilmente ad alimentare il confronto politico proprio perché la richiesta risultava depositata già prima della convocazione originaria. Ed è su questa sequenza, più che sull’approvazione finale della commissione, che si inserisce ora la reazione delle opposizioni, da tempo critiche nei confronti della maggioranza sul terreno delle prerogative consiliari e degli spazi concessi al confronto.
Nel merito, l’indagine dovrà ricostruire una stagione amministrativa particolarmente complessa, passando al vaglio i permessi di costruire rilasciati negli anni in applicazione della legge regionale sul cosiddetto Piano Casa, i successivi annullamenti in autotutela, i provvedimenti adottati dagli uffici comunali, i sequestri dei cantieri e il contenzioso che ne è seguito. La proposta prevede la possibilità di acquisire i fascicoli edilizi e la documentazione dei procedimenti, ascoltare funzionari, dipendenti e amministratori dell’epoca, verificare eventuali disparità di trattamento e valutare anche una possibile esposizione economica del Comune per richieste risarcitorie; la durata indicata è di quattro mesi e la presidenza dovrebbe essere affidata a un rappresentante delle minoranze.
A rendere ancora più delicata la ricostruzione c’è una giurisprudenza che, nei singoli procedimenti arrivati davanti al Consiglio di Stato, ha prodotto esiti differenti. Nel gennaio scorso la sentenza 660 ha annullato un provvedimento con cui il Comune aveva cancellato in autotutela un titolo edilizio del 2017, mentre a giugno la sentenza 5148 ha annullato un altro provvedimento comunale del 2023 relativo a un permesso rilasciato nell’ambito del Piano Casa. Di segno diverso rispetto ad altre pronunce intervenute nei mesi scorsi è invece la sentenza 7070, depositata il 24 settembre, con la quale il Consiglio di Stato, esaminando uno specifico procedimento, ha respinto gli appelli e confermato l’annullamento in autotutela disposto dal Comune sul permesso di costruire e sulle successive varianti. I giudici hanno ritenuto determinante la non corrispondenza tra quanto indicato nelle relazioni tecniche sulla destinazione urbanistica dell’area e la situazione effettiva del lotto, precisando inoltre che il dissequestro dell’immobile intervenuto in sede penale non equivale a un riconoscimento della legittimità urbanistica dell’intervento.
È dunque dentro questo intreccio di atti amministrativi, controlli e decisioni giudiziarie non sovrapponibili che la commissione dovrà muoversi, mentre sul piano politico l’inserimento del punto soltanto alla vigilia del Consiglio riapre lo scontro tra maggioranza e opposizione.