Nola, politica: tre assessori si dimettono e la crisi diventa evidente
Le dimissioni di tre assessori di maggioranza in un solo giorno non sono mai un atto ordinario. A Nola diventano il sigillo di una crisi che da settimane serpeggiava e che oggi esplode senza più possibilità di mediazione. Andrea Manzi, Florinda Aliperti e Pasquale Petillo hanno rassegnato questa mattina le dimissioni dal proprio ruolo di assessori, rispettivamente, al commercio, politiche sociali e urbanistica e, secondo quanto trapela, avrebbero firmato la richiesta di un consiglio comunale monotematico per discutere la sfiducia del sindaco Andrea Ruggiero. Nella stessa mattinata hanno rimesso le proprie deleghe nelle mani del primo cittadino anche i consiglieri Enzo De Lucia, Claudia Mauro e Giusy La Marca. Atti e azioni dei due gruppi di maggioranza, Fare Democratico per Nola e Nola Popolare, che aprono la fase più delicata, e probabilmente più complessa, della giovane amministrazione comunale.
Ma per capire questo strappo bisogna tornare al nodo che ha scavato la frattura dentro la coalizione: in primis il concorso per il dirigente finanziario, seguito dai quegli altri 3 punti in calce al documento letto in consiglio comunale appena una settimana fa, in cui una parte della maggioranza denunciava un immobilismo diffuso, chiedendo il riordino delle politiche sociali e un rimpasto di giunta. Sei mesi di discussioni, pressioni, tensioni interne. Da un lato chi pretendeva, dall’altro il sindaco determinato a rispettare la linea della legittimità tecnica, specie in merito al concorso. Nessuna forzatura politica, nessuna scorciatoia amministrativa. Una posizione chiara, che però ha messo a nudo un conflitto più profondo: l’idea stessa di come si esercita il potere dentro Palazzo di Città.
La determinazione dirigenziale del 3 dicembre, quella che certifica che il concorso per la nomina del dirigente al settore finanziario Giulio De Filippis è regolare, che la Commissione era legittimamente costituita e che il Comune ha l’obbligo di procedere con la nomina del vincitore, ha rappresentato un punto di non ritorno. Da quel momento la politica non ha avuto più margini per incidere. E qui la frattura è diventata rottura.
Perché una parte della maggioranza aveva trasformato quella procedura in un terreno di forza, un simbolo da capovolgere per segnare la propria centralità. Il sindaco, opponendosi a qualsiasi intervento extra amministrativo, ha scelto una strada che pochi imboccano: quella che non piega l’istituzione alle convenienze della coalizione. Non è una scelta indolore. È una scelta che scalfisce equilibri, brucia rapporti, toglie rendite che qualcuno dava per acquisite.
E così le dimissioni di oggi, che non sono solo una protesta. Sono una risposta politica di segno opposto alla decisione del sindaco di non cedere. Sono il tentativo di ribaltare la narrazione: da una divergenza amministrativa a un attacco frontale alla guida della città.
E ora le domande si accavallano le risposte sono pochissime come spesso accade in questi casi, non si può fare altro che incasellare i fatti.
C’è ancora da dire cheIl caso De Filippis, nato come vicenda amministrativa, è diventato la prova di quanto la politica possa essere brutale quando non ottiene ciò che vuole. Prima le lettere, poi i documenti in aula, poi l’uscita dei quattordici consiglieri dal consiglio comunale, poi l’assenza degli assessori della stessa area dalla giunta convocata subito dopo. Passaggi progressivi, ciascuno più eloquente del precedente, fino allo strappo formale di oggi.
Parola ora al consiglio monotematico per capire le motivazioni dei consiglieri dimissionari. Un consiglio al quale la cittadinanza sicuramente parteciperà per capire da sola dove nasce la crisi. Ma un dato è già sicuro. L’amministrazione Ruggiero è entrata nella sua fase più difficile proprio per aver scelto di non cedere su un principio che dovrebbe essere scontato e che invece, nel sistema politico locale, appare rivoluzionario.



