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Napoli: cuore bruciato al Monaldi, secondo i medici del Bambino Gesù di Roma Tommaso non è più trapiantabile

Nola é una città piccola e sono certa di aver visto più e più volte, passeggiare la mamma con i suoi figli e tra questi Tommasino. 

E mi stravolge parlare di questa storia. Perché non è la storia di un errore da accertare, di un fascicolo aperto o soltanto del fallimento di un trapianto. È la storia di una fiducia consegnata alla medicina e rimasta sospesa in una stanza di terapia intensiva.

Tommaso ha due anni e tre mesi. Il 23 dicembre è stato operato al Monaldi di Napoli dopo il trasferimento di un cuore da Bolzano. Oggi si dice che non sarebbe più trapiantabile. Il parere espresso dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma avrebbe escluso, allo stato attuale, un nuovo intervento. Tradotto nella lingua comune significa che non ci sarebbe un’altra possibilità chirurgica, un secondo tentativo.

Eppure la madre continua a sperare che un cuore possa arrivare. E finché quella speranza esiste, il condizionale non è una forma retorica, é una scelta necessaria.Perché nel frattempo il Monaldi precisa che il parere del Bambino Gesù non escluderebbe in modo definitivo un nuovo trapianto. Il bambino sarebbe ancora operabile. Potrebbe, in teoria, essere sottoposto a un altro intervento, anche dallo stesso medico che ha eseguito il primo e che oggi è al centro delle verifiche.

È qui che la vicenda si complica davvero. Non è solo una questione clinica, è una frattura di interpretazioni. Da una parte una valutazione prudente che sembrerebbe chiudere la strada. Dall’altra una posizione che lascia aperto uno spiraglio. In mezzo una famiglia che vive dentro questa ambiguità, sospesa tra un no tecnico e un forse sanitario. 

Scrivo da madre e da giornalista, e le due identità non riescono a separarsi. La cronista ricostruisce i passaggi: il contenitore sequestrato, le verifiche sul trasporto dell’organo, le ispezioni della Regione Campania e del Ministero della Salute, le ipotesi tecniche sulla conservazione durante un viaggio di oltre ottocento chilometri. La madre invece si ferma su un punto più semplice e più crudele: quel cuore doveva essere una rinascita.

Un trapianto pediatrico è una catena di precisione assoluta. Dall’espianto alla conservazione, dal trasporto all’impianto, fino alla gestione post operatoria. Ogni anello è decisivo e nessuno può permettersi di cedere. A maggior ragione oggi che viviamo in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette di ridurre l’errore umano, di supportare diagnosi, di analizzare parametri in tempo reale, di suggerire decisioni più sicure. Oggi che gli algoritmi affiancano i medici, simulano scenari, controllano dati. 

E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa è accaduto in questa catena che doveva essere monitorata in ogni dettaglio? Dove si è incrinato il sistema? È stato un limite biologico imprevedibile oppure una scelta tecnica discutibile? Sicuramente la tecnologia può assistere, ma non sostituisce la responsabilità. Può segnalare un rischio, ma non corregge una decisione se quella decisione è sbagliata. E oggi l’Italia intera guarda questa storia con un sentimento doppio: fiducia nella medicina e timore che qualcosa possa essere andato storto.

Da madre non riesco a chiudere questo racconto con una formula clinica. Perché se è vero che non ci sarebbe un’altra possibilità chirurgica, è altrettanto vero che finché un genitore spera, quella possibilità resta viva nel racconto e nella coscienza collettiva.

Quello che non possiamo permetterci è che un bambino diventi il simbolo di una distrazione o di un protocollo non rispettato.  Il conduttore di Mi Manda Rai Tre Federico Ruffo si commuove quando il legale della famiglia Francesco Petruzzi spiega in diretta, che secondo gli esperti del Bambino Gesù Tommaso non è più trapiantabile. È una commozione che attraversa tutti, perché se oggi si prega e si spera che il piccolo ce la faccia, non è solo per empatia. È perché nessuno vuole accettare che una vita che doveva rinascere possa invece spegnersi.

La verità arriverà. Le perizie parleranno. Ma fino ad allora resta una sospensione che pesa su tutti noi: il confine sottile tra ciò che la medicina può fare e ciò che avrebbe dovuto fare meglio.

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