Morte Domenico Caliendo, le ricostruzioni dei PM: “I referti sarebbero stati rimaneggiati”
Un referto rimaneggiato per tre volte. E’ la ricostruzione presentata in una relazione parte del copioso dossier dai PM chiamati ad indagare sulla morte di Domenico Caliendo, il bimbo di Nola deceduto dopo un’operazione al cuore fallita il 23 dicembre scorso.
A metter mano alla cartella clinica del piccolo sarebbe stata un componente dell’equipe guidata dal primario di cardiochirurgia pediatrica del Santobono di Napoli, Guido Oppido. I PM a capo dell’indagine che ha messo al centro sette medici tra cui lo stesso Oppido e la sua vice Emma Bergonzoni, sarebbero riusciti a risalire ad alcune chat proprio tra il braccio destro del primario ed un altro indagato.
Al loro interno, tra il 23 ed il 26 dicembre, giorno dell’intervento del piccolo Domenico, ci sarebbe stata una fitta sequenza di messaggi e scambio di bozze contenenti il referto del trapianto fallito, ma dai contenuti divergenti. Lo scopo delle revisioni starebbe nel dimostrare la contestualità dell’apertura della box frigorifera contenenti il cuore destinato all’operazione e l’intervento di Domenico, punto cruciale dell’indagine. Secondo gli inquirenti, i medici avrebbero cambiato gli orari delle due fasi per farli combaciare in linea temporale, ricostruzione negata e rifuggita dai legali dei due medici, che difendono la condotta dei loro assistiti.
A spiegare meglio l’accaduto le parole del legale della famiglia Caliendo, Francesco Petruzzi, che sposa la tesi del Riesame, dove sarebbero state tre le revisioni operate al referto dell’operazione. «Nelle prime due si legge che l’organo, estratto dal sistema di trasporto, appare congelato. Fra parentesi, due parole: “failure del trasporto”». Petruzzi prosegue sottolineando come, nella versione definitiva del verbale, la parentesi del trasporto andato male scompaia e venga indicato il ghiaccio fornito dall’ospedale del prelievo, che viene definito ghiaccio secco, come colpevole del fallimento dello spostamento. Compare inoltre un dato che nelle prime stesure non c’era, quello dei venti minuti necessari per estrarre il cuore, insieme a una frase che, secondo la difesa, non avrebbe ragione di comparire in un verbale operatorio: “Si decide comunque di provare a impiantare l’organo essendo l’unica scelta possibile”.
Ma è soprattutto nella ricostruzione della sequenza temporale che, secondo Petruzzi, si trova la modifica decisiva. Là dove le prime stesure descrivevano le operazioni una dopo l’altra, nell’ultima versione si legge che il contenitore viene aperto “nel mentre” si inizia la cardiectomia, così da far combaciare i tempi in coincidenza, che altrimenti nella lunga attesa non troverebbero spiegazione e giustificazione. Questo per la difesa resta un punto aperto e dibattuto dall’inizio della tragica storia di Domenico: la cronologia dei referti non reggerebbe il confronto con la scheda anestesiologica e con l’orario di clampaggio aortico.
«Il resto del verbale non cambia», conclude Petruzzi. «Cambia solo il racconto dei minuti in cui il cuore è arrivato in sala. E cambia sempre nella stessa direzione: quella del falso e dello scaricabarile di responsabilità».