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Mondragone: colpo al clan Gagliardi, 21 arresti, pronti ad un attentato verso caserma dei carabinieri

«Leggendo queste carte ho rivisto dinamiche che conosco bene». Nicola Gratteri parte da qui, dal paragone con la ’ndrangheta che ha combattuto per anni in Calabria, per spiegare la struttura emersa nell’inchiesta sul clan Gagliardi. Un’organizzazione che, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, avrebbe adottato rituali di affiliazione, regole interne e perfino prove di coraggio tipiche delle cosche calabresi.

L’operazione, eseguita questa mattina dai carabinieri del comando provinciale di Caserta e del reparto territoriale di Mondragone, ha portato a 21 misure cautelari nei confronti di presunti affiliati e pusher del gruppo ritenuto costola del clan La Torre e, quindi, legato al sistema dei casalesi. L’indagine, avviata tra settembre e ottobre 2023, ricostruisce un’organizzazione radicata nel litorale domizio e strutturata secondo un modello che, nelle parole del procuratore, richiama “regole, usi, rito di affiliazione e mutuo soccorso” propri della criminalità calabrese.

Al centro dell’inchiesta c’è il rito della pungitura, passaggio simbolico per entrare nell’associazione, accompagnato da una prova concreta di fedeltà. Secondo quanto emerso in conferenza stampa, agli aspiranti affiliati sarebbe stato richiesto di compiere un gesto dimostrativo contro lo Stato: esplodere colpi d’arma da fuoco contro la caserma sede della Tenenza dei carabinieri di Mondragone. Un attentato che non si è concretizzato grazie al rafforzamento delle misure di sicurezza predisposte dai militari.

Gli investigatori hanno inoltre documentato un tentativo di condizionare l’ambiente interno all’Arma attraverso la simulazione di una relazione sentimentale tra una donna pregiudicata e un militare, con l’obiettivo di ottenerne il trasferimento. Un episodio che, secondo l’accusa, conferma il livello di penetrazione e la volontà di interferire con le istituzioni locali.

A dirigere il gruppo, sempre secondo la Dda, sarebbe stato Angelo Gagliardi, detenuto e ritenuto storico esponente del clan La Torre, che avrebbe continuato a impartire direttive dal carcere utilizzando un telefono cellulare. I reati contestati a vario titolo comprendono associazione di stampo camorristico, estorsione, incendio, detenzione e porto di armi, traffico di sostanze stupefacenti, ricettazione, minacce e lesioni personali.

Tra gli episodi più gravi ricostruiti dagli inquirenti figura l’aggressione a un imprenditore per costringerlo a pagare il pizzo. Il pestaggio sarebbe stato ripreso durante una videochiamata WhatsApp con il vertice del clan, che avrebbe assistito in diretta indicando il momento in cui fermarsi. Un controllo a distanza che restituisce l’immagine di una gestione gerarchica e centralizzata, capace di combinare tradizione rituale e strumenti tecnologici.

Per la Dda l’indagine fotografa un gruppo con una struttura stabile, una cassa comune e regole interne precise, elementi che rafforzano la contestazione dell’associazione mafiosa. La presenza di rituali di affiliazione e di un’organizzazione interna rigida, sottolineata dallo stesso Gratteri, evidenzia un salto di qualità rispetto alla criminalità comune.

Le misure cautelari eseguite oggi rappresentano, secondo gli investigatori, un colpo significativo agli equilibri criminali del territorio. Resta ora da verificare l’impatto dell’operazione sulla tenuta del gruppo e sulle dinamiche del litorale domizio, in un’area storicamente esposta alle infiltrazioni dei clan.

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