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L’intervista – A tu per tu con Alfonso Di Riso, una vita al servizio del Paese

Torna la nostra rubrica "Medaglioni", a cura del dottor Antonio Falcone, per ritrovare coordinate comuni condivise e da condividere

Incontriamo il dott. Alfonso Di Riso, classe 1965, nolano doc. Figlio della cultura classica, diploma al liceo classico “G. Carducci” di Nola. Laurea in giurisprudenza alla “Federico II” nel 1988 e di scienze politiche all’Istituto Universitario Orientale di Napoli nel 1991. Dottorato di Ricerca in Diritto internazionale nel 1998 presso l’Università di Siena.

Poi la Carriera Diplomatica che lo ha portato a ricoprire l’incarico di Ambasciatore d’Italia in Costa d’Avorio fino al 2017.

Con esame di concorso nominato Volontario nella carriera diplomatica il 29 dicembre 1997. Al Contenzioso Diplomatico, Trattati ed Affari Legislativi, il 19 ottobre 1998. All’Istituto Diplomatico dal 31.12.1998 al 30.9.1999. Segretario commerciale a Kuala Lumpur di legazione all’1.10.1999. Capo segreteria del Contenzioso Diplomatico e Trattati al 1° gennaio 2000. Secondo Segretario commerciale a Kuala Lumpur il 27 aprile 2000. Poi primo Segretario Commerciale nel 2001. Primo Segretario a Teheran nel 2003. Consigliere d’Ambasciata nel 2012. Ambasciatore in Nigeria, a Burkina Faso, in Liberia ed in Sierra Leone fino al 2013. Capo dell’Unità per le Relazioni sindacali e l’innovazione della Direzione Generale Risorse ed Innovazione al primo dicembre 2017.

Cosa l’ha spinta su questo percorso?

La curiosità intellettuale e la voglia di servire il mio Paese e, in parte, un’idea forse un po’ romantica della Carriera intesa in senso “classico”. A tale proposito, vorrei citare una prefazione di un collega oramai in pensione ad un libro sulla Carriera diplomatica, scritto da un altro collega più anziano: “Al diplomatico si richiede di essere non soltanto procuratore, intermediario, negoziatore ed artefice di risultati in specifiche circostanze, ma anche continuamente analista, esploratore, informatore, stratega in grado di captare ogni elemento di valutazione o segnale utile all’impostazione di rapporti con il Paese o l’organizzazione internazionale di accreditamento.

Sono comunque necessarie le seguenti doti: integrità morale, acume, carattere, coraggio, moderazione, discrezione, pazienza e tatto. Qualità possibilmente innate cui altri aggiungono il temperamento, la curiosità, la disponibilità ad esporsi, l’apertura mentale, l’intuito, l’intelligenza soprattutto e cioè la capacità di discernimento alla ricerca dell’interesse nazionale o internazionale da difendere, in situazione di perenne movimento. Mentre serietà, charme ed intelligenza sono le qualità di un buon Ambasciatore, un dono molto raro, l’immaginazione, fa il grande Ambasciatore. La vita del diplomatico si confonde pertanto con la sua attività. Lo stereotipo della sua mondanità persisterà, come è forse opportuno che sia, ma andrà comunque attualizzato rispetto alle odierne esigenze”.

Si tratta di parole che condivido pienamente, a maggior ragione dopo aver passato tanti anni all’estero. Spero ovviamente che il passo appena citato possa fare da stimolo a quei giovani che volessero avvicinarsi alla diplomazia, ma che la considerano spesso come un pianeta un po’ troppo lontano, quasi inavvicinabile.

Obiettivo raggiunto in tappe: cosa significa per Lei essere stato Ambasciatore d’Italia all’estero?

Significa aver realizzato una legittima aspirazione, coltivata sin dagli anni dell’università, che si accompagna ad un sentimento di profonda soddisfazione per aver servito i superiori interessi dello Stato. Mi creda: sono pochi i “mestieri” che permettono tale fecondo coniugio.

L’Italia nel mondo, nella diplomazia: quale ruolo a livello internazionale per le relazioni tra i popoli?

“Realismo”, “idealismo” e “accomodamento”, questa è la cornice in cui è chiamata a muoversi l’arte della diplomazia. L’Italia, tradizionalmente, anche per ragioni geopolitiche, è stata un crocevia di popoli, un punto di incontro, un ponte verso gli altri e le loro istanze. Il ruolo del nostro Paese non è destinato a mutare: sarà sempre un ruolo “realista”, basato su dei forti “ideali” di pace e di relazioni amichevoli con gli altri popoli e votato alla costante ricerca del compromesso… cioè di un equilibrato “accomodamento”.

Dunque, siamo chiamati sempre a rispondere responsabilmente ad una chiamata: la voce interiore che ci fa osare per la promozione dell’Umanità.

Intervista a cura di Antonio Falcone

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